Da Il Fatto Quotidiano si apprende che Giovanni Toti ha trovato la sua seconda vita. Non più governatore della Liguria, ma stratega delle relazioni istituzionali, esperto di comunicazione e, soprattutto, ponte tra mondo politico e interessi privati. In una parola: lobbista.
Mentre sconta la pena patteggiata per corruzione – 2 anni e 3 mesi, commutati in 1620 ore di lavori socialmente utili alla LILT – l’ex presidente lancia Philia Associates, nuova creatura imprenditoriale specializzata in “consulenza, pubblicità, organizzazione eventi e relazioni pubbliche”.
Toti non compare tra i soci, ma l’impronta è evidente: alla guida ci sono fedelissimi di lungo corso – dalla portavoce Jessica Nicolini al commercialista Cristiano Lavaggi, passando per ex candidati e consulenti del suo cerchio magico. La società ha sedi a Genova e Milano, ma soprattutto ambizioni chiare: connettere imprese e pubbliche amministrazioni.
Nel sito si parla di “accreditamento presso enti pubblici”, “dialogo con decisori”, “advocacy legislativa”. Un vocabolario da lobbying puro, in un Paese – l’Italia – dove il lobbying non è né regolato né trasparente. Nessun periodo di “raffreddamento” per chi ha appena lasciato la politica. Nessuna preclusione per chi è stato condannato. Nessun obbligo di rendere noti i clienti.
Così Philia si muove in una zona grigia, diventando un laboratorio vivente del conflitto d’interessi. La società promette di accompagnare le aziende proprio dentro quel mondo – Autorità Portuali, enti pubblici, assessorati – che Toti ha abitato e influenzato per anni.
È tutto perfettamente legale, certo. Ma profondamente emblematico. L’uomo che fino a ieri distribuiva incarichi, oggi si propone come “facilitatore” presso gli stessi palazzi. Dove la legge tace, parla la reputazione. E quella di Toti, per molti, è ancora un passpartout.
INTANTO…
Su la Repubblica c’è la notizia che si apre un nuovo fronte per Toti e altri co-indagati, arriva anche l’ombra della “rivelazione di segreto”, e il ministro Nordio ha ordinato un’ispezione ministeriale. Gli ispettori del Guardasigilli hanno chiesto gli atti alle Procure di Genova e La Spezia per fare chiarezza sulla fuga di notizie emersa a mezzo stampa, ben prima che i diretti interessati fossero formalmente informati.
A sollecitare l’ispezione è stato Pino Bicchielli, deputato di Noi Moderati, che ha denunciato la pubblicazione integrale di intercettazioni e dettagli dell’indagine su presunte truffe legate al contratto fittizio con Davide Marselli, titolare dei Bagni San Marco. Un incarico da collaboratore di staff – mai realmente svolto – che secondo l’accusa veniva ripagato con vacanze gratis per Toti, Giampedrone e famiglie.
Nel mirino, ora, c’è la violazione del segreto istruttorio, resa ancora più delicata dalla recente entrata in vigore della cosiddetta Legge Bavaglio. Ma l’aria si fa ancora più pesante con il ritorno in scena di un altro nome già noto alla cronaca giudiziaria: Roberto Ferrazza, l’ex Provveditore alle Opere Pubbliche coinvolto nel processo sul ponte Morandi, rischia un nuovo rinvio a giudizio per il crollo della diga di Santa Margherita Ligure del 2018.
Il “modello Liguria”, tra politica, affari e inchieste a grappolo, si conferma un laboratorio nazionale di commistioni pericolose. E mentre Toti si reinventa uomo-ponte tra pubblico e privato, i nodi del passato – e del presente – continuano a venire al pettine. Senza più il filtro del Palazzo. Ma forse, con ancora più potere.