Nella controversa vicenda della raccolta porta a porta dei rifiuti a Savona, la giunta attuale si affanna a respingere le critiche e le proteste della cittadinanza, puntando il dito contro la giunta Caprioglio. Una strategia difensiva ormai collaudata: scaricare le colpe sul passato. Ma è un passato scelto con cura, perché nella narrazione ufficiale manca un tassello fondamentale. O, meglio, manca una giunta: quella guidata da Federico Berruti.
È proprio sotto l’amministrazione Berruti, infatti, che prese forma il disastroso percorso che avrebbe portato Ata – un’azienda pubblica sana e funzionale – a un rovinoso fallimento. Ata, lo ricordiamo, gestiva la raccolta rifiuti con risultati più che dignitosi prima dell’ingresso in scena di Vaggi e Pesce piazzati in azienda dal sindaco Berruti. La mancata menzione della giunta Berruti lascia quantomeno perplessi, tanto più che in quella squadra sedevano figure oggi ben presenti nell’attuale maggioranza.
Basti citare l’attuale vicesindaca Elisa Di Padova, che all’epoca sedeva proprio in quella giunta. O Marco Ravera, Barbara Pasquali, Paolo Apicella, Giovanni Maida, Andrea Bruzzone oggi come allora erano consiglieri di maggioranza. Marco Ravera non solo era politicamente attivo all’epoca, ma è stato anche membro del CdA di Ata e ha patteggiato una pena di 4 mesi per bancarotta con sospensione condizionale e non menzione. Un dato che resta scritto negli atti, ma che pare essere stato rimosso dal dibattito pubblico. Possibile che nessuno di questi abbia nulla da dire, ora che la città si trova ad affrontare le conseguenze di decisioni di cui fu protagonista?
Piuttosto che arrampicarsi sugli specchi e continuare con questo balletto di responsabilità a targhe alterne, la giunta dovrebbe forse chiedersi perché il processo sul crac di Ata stia ancora arrancando tra le sabbie mobili della giustizia italiana. Perché nessuno si indigna per le lungaggini processuali che impediscono una piena verità giudiziaria? È più comodo spostare lo sguardo, e con esso la memoria, in avanti o indietro, purché non cada mai sul cuore del problema.
l sindaco doveva saperlo: quel piano non poteva funzionare.
Si è mai chiesto, ad esempio, perché i grandi colossi della raccolta rifiuti – come Iren o Sat – si sono ben guardati dal partecipare alla gara in modo convincente ? Forse perché hanno visto, fin da subito, le falle di un progetto che rischia di trasformarsi nell’ennesimo fallimento annunciato.
Invece di perdersi dietro a iniziative secondarie, meno urgenti per il benessere concreto dei cittadini, il sindaco avrebbe potuto (e dovuto) prendere atto della situazione. Aveva gli strumenti per intervenire: un decreto in autotutela per bloccare tutto e rimettere mano a un piano evidentemente mal concepito.
Ma la politica del “tirare dritto” ha prevalso, ancora una volta, sul buon senso.
Nel frattempo, i cittadini affrontano un sistema di raccolta confuso, inefficiente, e soprattutto imposto senza la trasparenza e il confronto che una questione così delicata avrebbe meritato.
Savona merita una memoria più onesta. E soprattutto, meno silenzi imbarazzanti.